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Disagio e relazione di aiuto. Le qualità del counselor

9 novembre 2010
Counseling
Disagio e relazione di aiuto. Le qualità del counselor

di Carmine Guadagno

Negli ultimi decenni, a dar retta a “certa letteratura”, sembra che l’essere umano sia diventato particolarmente fragile, particolarmente vulnerabile, ma è davvero cosi? Si va ormai diffondendo quella che potremmo definire un’etica terapeutica, per cui basta che un bambino sia particolarmente vivace per essere considerato affetto da iperattività, se si è preoccupati si rischia di esser “visti” come persone affette da ansia generalizzata, se invece si è timidi, beh, allora in tal caso rischiamo di “passare” per persone affette da ansia sociale. Ma come mai quei modi di essere che fino a ieri erano ritenuti normali, oggi vengono considerati patologici? Trovo davvero interessante quanto scrive a riguardo il sociologo ungherese Frank Furedi (Il nuovo conformismo) “ L’imperativo terapeutico che si va diffondendo promuove non tanto l’autorealizzazione, quanto l’autolimitazione. Infatti, postulare un sé fragile e debole, implica che per la gestione dell’esistenza sia necessario il continuo ricorso alle conoscenze terapeutiche. E’ allarmante che tanti cerchino conforto in una diagnosi. Si può individuare, nell’istituzionalizzazione di un’etica terapeutica, l’avvio di un regime di controllo sociale. La terapia, infatti, come la cultura più vasta di cui fa parte, insegna a stare al proprio posto. In cambio offre i dubbi benefici della conferma e del riconoscimento”. Eppure, forse la sofferenza che a volte viviamo non è necessariamente un male, forse è solo un sintomo di quella vulnerabilità che caratterizza la natura umana, noi siamo vulnerabili perché siamo al mondo e ne subiamo, nel bene e nel male, gli effetti, ma il medico o il terapeuta, con il loro modo di porsi - molto spesso - non riescono più ad incontrare il malato ma soltanto la malattia e la soggettività della persona scompare dietro l’oggettività di sintomi che non rinviano a un modo di vivere, a un ambiente ma soltanto ad un quadro clinico, così quell’apertura comunicativa del nostro “essere” attraverso il dolore, viene vissuta non come possibilità di crescita, ma come incidente di percorso a cui porre immediato rimedio, ad ogni costo. Lo “sguardo” del medico o del terapeuta deve nuovamente rivolgersi, e questo a mio avviso è un punto cruciale, alla persona nella sua interezza e soprattutto deve saper “cogliere” anche la forza e la capacità di “guarire”, insita in ogni essere umano. L’essere umano è un insieme fisico, sociale, culturale, storico; l’approfondimento dei singoli aspetti, delle singole discipline, ha disintegrato questa unità complessa della natura umana al punto che non riusciamo più a percepire il senso dell’essere uomini e questo certamente non ci aiuta a star bene. E’ necessario ricomporre questa unità in modo che ciascuno di noi abbia la consapevolezza della propria complessa identità e dell’identità che ci accomuna a tutti gli altri esseri umani e a tutto l’Universo; come dice E. Morin, “ L’umanesimo non dovrebbe più essere portavoce dell’orgogliosa volontà di dominare l’Universo, dovrebbe diventare essenzialmente il portavoce della solidarietà umana la quale implica una relazione ombelicale con la natura e il cosmo”. Tra uno stato di totale benessere (esiste?), e uno stato patologico, possiamo vivere una svariata gamma di situazioni di disagio, di paure, di insicurezze che possono essere affrontate se non da soli con l’aiuto di figure che operano nell’area delle “relazioni di aiuto” come ad esempio il counselor e l’aiuto che può esser dato, oggigiorno, sarà tanto più efficace quanto più sarà capace di fornire “strumenti” (consapevolezza) per meglio vivere e gestire il rischio, l’imprevisto, l’incerto, che sempre più accompagnano l’esistenza umana, come dice ancora E. Morin (I sette saperi necessari all’educazione del futuro) “bisogna imparare a navigare in un oceano di incertezze tra alcuni arcipelaghi di certezze”; ma non è forse errato credere che ciò sia vero soltanto oggi, beh, direi proprio di sì, visto che 2.500 anni fa Euripide si esprimeva così: “ l’atteso non si compie, all’inatteso un dio apre la via”. Quel che voglio dire, è che riconoscere di essere delle creature fragili, limitate e finite, quali siamo, non significa essere “malati”, questo è un grande equivoco, la “vera malattia” è, invece, a mio avviso, nel non sentire più la connessione con la nostra interiorità, con gli altri esseri umani, con la natura, con il cosmo, è il voler avere continue certezze, è nel non saper accettare l’imprevisto e, “guarire”, forse è semplicemente recuperare queste connessioni ed imparare ad accettare l’incerto, l’imprevisto anche perché quello che per noi è l’imprevisto, potrebbe essere parte di un “disegno” che non sappiamo e non possiamo comprendere. Ma ritorniamo al counselor ed al counseling. Il counseling è una disciplina di aiuto professionale nelle situazioni di malessere che non presentano risvolti patologici nel qual caso, invece, è necessario l’intervento dello psicoterapeuta o dello psichiatra. Il counseling opera sulla originaria intuizione di C.R.Rogers secondo la quale se una persona si trova in difficoltà, il miglior modo per aiutarla non è quello di dirgli cosa deve fare, quanto piuttosto quello di aiutarlo a comprendere la situazione e a gestire il problema prendendo da solo e pienamente la responsabilità delle scelte eventuali. Il counseling si basa sul presupposto che nella persona vi sono le risorse interiori necessarie e l’aiuto consiste nel rendere possibile una riattivazione o riorganizzazione di queste risorse. Nelle pagine che seguono non mi soffermerò oltre nel descrivere cosa sia il counseling, oramai a riguardo si è scritto tanto e c’è molto materiale, mi preme, invece, porre l’attenzione su un aspetto specifico che è quello delle “qualità” che deve avere un counselor per rendere efficace il suo “aiuto” e, qui, l’equazione personale è della massima importanza, dal momento che esso può lavorare, come dire, soltanto attraverso se stesso. E’ dunque essenziale che questo sé sia uno strumento efficace. Come diceva Adler ai suoi allievi “la tecnica del trattamento deve essere dentro di voi”. Vi sono disposizioni umane fondamentali che un buon counselor deve avere ed in particolare l’autenticità, l’accettazione incondizionata e l’empatia, tali qualità non sono del tutto innate ma possono essere acquisite e sviluppate attraverso il lavoro fatto su di sé. Tale punto è di fondamentale importanza perché se non abbiamo fatto un “percorso” se non abbiamo saputo guardare con “onestà” in noi stessi, se non abbiamo almeno in parte attivato quel processo “alchemico” di trasformazione interiore, diventa difficile poter essere veramente di aiuto agli altri. L’autenticità del counselor nella relazione di aiuto si evidenzia nell’essere sempre se stesso, sempre in collegamento con le proprie emozioni, i propri sentimenti. L’autenticità implica una congruenza, una coerenza tra ciò che si sente, ciò che si pensa e ciò che si fa. Per Rogers l’autenticità è la condizione base dell’aiuto, sulla quale vanno a poggiare tutte le altre e nel testo “La terapia centrata sul cliente” cosi si esprime: “ Tutti noi conosciamo individui di cui ci fidiamo perché sentiamo che essi sono realmente come appaiono, aperti e trasparenti; in questo caso sentiamo di avere a che fare con la persona stessa, non con una facciata cortese o professionale”. Se il cliente avverte che il counselor finge o mistifica, qualsiasi cosa faccia in seguito rischierà di essere inefficace. L’altra disposizione, l’accettazione incondizionata, si riflette nella capacità del counselor di interagire senza dare giudizi morali, né di condanna né di approvazione ed è espressa quando il cliente è accettato solo per quello che è, indipendentemente da ciò che pensa, fa o dice. Ciò non significa restare indifferenti agli aspetti etici ma ribadire semplicemente che il counseling è un’opportunità che si offre alla persona per acquisire consapevolezza di comportamenti o modi di essere. Il poter trovare un interlocutore non giudicante e accogliente è di fondamentale importanza per la persona che ha bisogno di “aiuto”. Dopo le disposizioni prima descritte (autenticità ed accettazione incondizionata), analizziamo ora l’ulteriore disposizione umana necessaria al buon counselor: l’empatia. L’empatia è la capacità di mettersi al posto dell’altro, di vedere il mondo come l’altro lo vede, letteralmente significa “sentire dentro”; è in questo profondo ed a volte misterioso processo che hanno luogo la comprensione, l’influenza e gli altri rapporti significativi tra persone. L’empatia è la forza che ci spinge a toccare la vita che c’è nell’altro. Mi piace citare quanto dice Rollo May sull’importanza per il counselor di sviluppare la capacità di empatia. “In quanto counselor noi siamo tenuti a sviluppare la nostra capacità di empatia. Ciò comporta imparare a rilassarsi, mentalmente, spiritualmente ed anche fisicamente, imparare ad abbandonare il proprio sé all’altro e, in questo processo, essere disposti a venire trasformati. Si tratta di morire a se stessi per vivere con gli altri. E’ la grande rinuncia al proprio sé, la perdita temporanea della propria personalità, per ritrovarla, infinitamente più ricca, nell’altro”. Il counselor, il cui lavoro può essere interessato sia alla singola persona sia al gruppo, deve saper prestare attenzione non solo a ciò che il cliente dice ma anche a come lo dice, a come “parla” il corpo. Deve cioè saper cogliere le indicazioni fisiche che possono essere indicative di un disagio, come ad esempio l’incapacità a rilassare una tensione fisica o psichica, la presenza di un alto livello di stress, di una serie di disturbi psicosomatici ecc. A stati d’animo diversi corrispondono, infatti, diverse posture, diversi modi di respirare e chi necessita di aiuto di solito non è consapevole del collegamento esistente tra corpo, mente ed emozioni, né del modo in cui il corpo esprime le emozioni. Il counselor oltre al colloquio ha, quindi, ulteriori “strumenti” per “lavorare” col cliente, può avvalersi della meditazione, di tecniche di visualizzazione, della psicologia energetica (eft, psich-K ecc.), della floriterapia, di tecniche di rilassamento e di respirazione, del lavoro corporeo, della “messa in scena”, ed è auspicabile incentivare il cliente a continuare a praticare anche da solo la meditazione e quant’altro ritenuto utile per il suo benessere. Come ho appena detto, tra gli strumenti che il counselor ha a disposizione vi è il lavoro sul corpo, lavoro che è di primaria importanza, non dimentichiamoci che il corpo è il luogo di tutte le nostre emozioni, è nel corpo che un’emozione diventa percepibile e si esprime ed è molto più facile cambiare quando diventiamo consapevoli dei nostri processi fisici. Se è vero che l’immagine che abbiamo di noi stessi e del mondo si riflette inevitabilmente nel corpo, è vero però anche l’inverso, e quindi una trasformazione profonda nel nostro corpo, ha immediati riflessi a livello emotivo e mentale. Esplorando le nostre tensioni possiamo incontrare il nostro corpo (e noi stessi) in modi inattesi e scoprire tensioni delle quali eravamo completamente inconsapevoli e ridare vita a parti del corpo che a stento sapevamo di avere. A questo punto è ben chiaro che la figura del counselor è “caricata” di una responsabilità grande ed allora credo utile per chi si appresta a percorrere tale strada, ricordare S. Murgatroyd, che elenca una serie di considerazioni che è bene tenere sempre a mente: “non si può fare più del proprio meglio, essere ansiosi circa il proprio lavoro è normale, non si può essere perfetti, risultati istantanei sono impossibili, non si riuscirà con tutti”. Ricordiamoci sempre che essere perfetti è impossibile, non è nella natura umana ma, come diceva Adler, “bisogna avere il coraggio dell’imperfezione”, se manca questo coraggio rischiamo di bloccarci e questo, se accade, ci priva del grande dono di poter esprimere i nostri talenti, la nostra bellezza.

Carmine Guadagno (iscr. Assocounseling n. A0198 e Aiscon n. S0016)
 

Counseling

6 novembre 2010
Counseling

Quando una persona capisce di essere sentita profondamente, i suoi occhi si riempiono di lacrime.

Io credo che, in un senso molto reale, pianga di gioia. E’ come se stesse dicendo:

“Grazie a Dio, qualcuno mi ascolta. Qualcuno sa cosa vuol dire essere me”.

                                                                                                                      C.R. Rogers

 

Cromopuntura

6 novembre 2010
Cromopuntura

La cromopuntura nasce da una intuizione del ricercatore tedesco Peter Mandel, ad oggi ha all’attivo una vasta casistica e può vantare importanti successi e numerosi riconoscimenti in ambito accademico. L’idea che sotto forma di luce, e in particolare di colori, sia possibile veicolare, attraverso i meridiani dell’agopuntura, non tanto energia quanto piuttosto informazione, ha trovato un valido fondamento scientifico nella teoria dei biofotoni del fisico tedesco Fritz – Albert Popp. 

Come funziona?

E' una tecnica dolce, indolore e non invasiva, che si propone di operare un riequilibrio energetico sia a livello fisico sia a livello emotivo. La metodica di applicazione del colore di Mandel si avvale di una strumentazione specifica da lui inventata e brevettata. I punti di applicazione del colore sono sia appartenenti ai meridiani convenzionali della Medicina tradizionale Cinese, sia punti da lui stesso individuati.

Lo strumento per praticare la Cromopuntura consiste in una lampada a forma di stilo sulla quale vengono applicate delle colonnine di cristallo colorate, la luce colorata emessa dalla lampada viene diretta sul punto da irradiare sulla pelle. La cromopuntura non agisce tanto sul sintomo, quanto nel ristabilire l’equilibrio energetico di base.

 

 
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